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Interviste

Ludovica Liuni intervista Alessandro Giua per il Fatto Quotidiano.

Da ilfattoquotidiano.it del 17 luglio 2017

Saatchi Gallery, Londra

Se è vero che quello che siamo dipende dalle scelte che facciamo, Alessandro Giua, nato a Milano 27 anni fa, ha preso la direzione giusta. Una volta terminato il liceo artistico con indirizzo multimediale (“In realtà ci facevano disegnare dal vero dei mazzolini di fiori”, spiega), decide di rimboccarsi le maniche e cercare un lavoro: “Negli anni precedenti avevo studiato da autodidatta programmazione web e design e avevo già lavorato come freelance per alcuni siti”, ricorda. Lo step successivo, compiuti 19 anni, è stato quello di rifiutare qualsiasi proposta di stage e di presentarsi a un’agenzia pubblicitaria: “Sono stato assunto nel reparto digital e lì è iniziato il mio percorso come designer e art director”, spiega.

A questa esperienza ne segue un’altra, sempre nello stesso settore, in cui arriva a ricoprire il ruolo di vice direttore creativo. A meno di 25 anni Alessandro può già contare su un curriculum di tutto rispetto e su un ottimo stipendio. Un giorno, però, scatta il campanello d’allarme: “Io e due colleghi andiamo da un grosso cliente per presentare il nostro lavoro e tutto sembra andare alla grande – ricorda -, poi, però, ci chiedono di replicare la spiegazione in inglese davanti a due responsabili internazionali e nessuno di noi era all’altezza del compito”.

“Ogni volta che trovo davanti a me un ostacolo mi assumo dei rischi. Solo così si possono migliorare le cose”

A quel punto decide di agire in conformità con la sua filosofia di vita: “Ogni volta che trovo davanti a me un ostacolo mi assumo dei rischi – sottolinea -, solo così si possono migliorare le cose”. Il rischio, questa volta, è quello di licenziarsi per trasferirsi a Londra e imparare l’inglese: “Avevo due possibilità: frequentare una scuola oppure imparare dalla strada – spiega -, e ovviamente ho preferito la seconda”. Grazie alla sua precedente esperienza lavorativa, riesce quasi subito a trovare un posto in un’azienda piccola ma innovativa: “Ormai sono a Londra da due anni e sono molto felice della scelta che ho fatto – ammette -, mi riempie di gioia vivere in una città così accogliente e multiculturale”.

Anche dal punto di vista lavorativo sono arrivate molte soddisfazioni: “Dopo sei mesi sono passato a un’azienda molto più grande, che si occupa di innovazione e mobile – spiega -, è un ambiente molto bello e rilassato, l’età media è sotto i 28 anni e lo stipendio è più che soddisfacente”. Un bel salto di qualità per lui, che di certo non rimpiange la situazione italiana: “Le nostre agenzie pubblicitarie vivono un momento di crisi, dettato dalla condizione cronica di precarietà tra i giovani – ammette -, in più spesso i professionisti più anziani ed esperti vengono messi da parte, quando invece sarebbero fondamentali per la trasmissione delle loro esperienze”.

“Il  nostro è un lavoro ‘di bottega’: se vuoi imparare devi metterti dietro ai più bravi e farti le ossa”

Chi vuole imparare il mestiere, poi, si lascia spesso attirare dalle luci delle scuole private: “I corsi sono molto costosi e non sempre gli insegnanti sono all’altezza – spiega -, inoltre io sostengo che il nostro sia ancora un lavoro di ‘bottega’, se vuoi imparare devi metterti dietro ai più bravi e farti le ossa”. Anche perché, a suo parere, la creatività non s’impara dietro i banchi di scuola: “Molte nozioni le ho apprese studiando da solo e cercando sul web – ammette -, nella pubblicità bisogna sempre puntare alle idee e all’originalità”.

Per dare il suo contributo al settore, sei anni fa Alessandro ha fondato Crebs, piattaforma di recruiting dedicata alle persone specializzate in ambito creativo e tecnologico: “L’idea mi è venuta perché mi sono accorto che mancava un sito con delle offerte di lavoro serie e retribuite – sottolinea -, ora il progetto è cresciuto molto e conta più di 50mila professionisti registrati, che ne riconoscono anche il valore sociale”.

Per lui il futuro è ancora una pagina da scrivere, ma Londra sembra la casa giusta per costruirlo: “La Brexit non mi preoccupa, subito dopo il voto i nostri manager ci hanno convocato per confermarci la volontà di tenere ognuno di noi”, ricorda. D’altronde nella sua azienda quasi il 60% delle persone non sono inglesi: “Ed è proprio questo il bello – conclude – posso imparare da tutti e migliorarmi ancora”.

Qualche puntualizzazione dopo l’intervista: capire il mercato, non solo l’inglese.

Dopo la pubblicazione di questa piccola intervista, una delle critiche più gettonate è stata la seguente: “Perché lasciare un lavoro stabile e adeguatamente retribuito a Milano per trasferirsi a Londra in piena incertezza Brexit: soltanto per migliorare il tuo inglese scolastico?”. Ovviamente no, le ragioni sono tante. A parte che a Londra non c’è nessuna incertezza (le incertezze, semmai, sono nel nostro Paese in pericoloso declino, dove il reddito pro capite si è abbassato ai livelli di vent’anni fa): innanzitutto, non ti fai assumere da una top digital agency londinese come Fetch, cioè dalla mobile marketing agency con la più forte crescita in Europa, per migliorare soltanto la retribuzione o la conoscenza della lingua, ma per capire qualche cosa in più del tuo lavoro, e magari anche del mercato. E a che serve? Male che vada, ad evitare, dove è possibile, certi svarioni. Un esempio recente: una notizia Ansa rilanciata da molti giornali italiani, compresi quelli più “esperti” che si occupano di marketing e pubblicità, rivelava (senza il minimo dubbio) che Jimmy Choo era stata comprata per 1,2 milioni di dollari, quando in realtà la cifra vera era 1,2 billion, ma i giornali italiani hanno tradotto billion – invece che con miliardo – con milione. Quando l’ho raccontato a un mio amico qui a Londra, mi fa, dopo essersi ripreso dalle risate: “Se lo sapevo, rompevo il salvadanaio e la compravo io”.

La notizia della vendita di Jimmy Choo riportata in Italia.

La stessa notizia all’estero.


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