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Recruiting

Be nice. Ovvero l’arte di scrivere un non-curriculum.

Un paio di anni fa, l’art director che ha creato Crebs ha ricevuto una gradita email dal team di Behance, dove veniva comunicata l’aggiudicazione di due riconoscimenti relativi a due lavori presenti nel suo portfolio: il lancio di laeffe, la nuova TV di Feltrinelli, e Crebs. La email diceva che il team aveva selezionato quei progetti per inserirli nelle Curated galleries of top creative work.

Dopo qualche tempo, per essere più precisi dopo due anni, e quando ormai quel portfolio non viene più neanche aggiornato, ci viene in mente una cosa che avevamo cercato di approfondire, giusto per curiosità: chi era il capo del Team che aveva giudicato e selezionato quei progetti, cioè l’Head Curator. E soprattutto cosa diceva di se stesso, prima di giudicare gli altri, e come si presentava.

Si presentava così. “Sailor, industrial designer, philosopher, trumpet player, lover of jamon and all beautiful things”. Dal 2008 vive e lavora a New York. Nella sua bio non scrive che parla un “inglese fluente” (come ci si aspetterebbe nei curriculum standard, più ufficiali e solenni: però uno che vive da diversi anni a New York ha bisogno di puntualizzare?), ma, con simpatico orgoglio, che parla catalano (visca Catalunya lliure!); dice che ha lavorato dieci anni nei bar, che ha aperto un Arp Club per musica d’avanguardia a Barcellona, che ha attraversato gli oceani in barca per sei anni, ma devi faticare un po’ per scoprire, alla fine, che ha una laurea in Filosofia all’Università di Barcellona, con dottorato in Storia dell’arte. Né pensiamo che lo si possa incontrare in giro per convegni o alla tv come uno Sgarbi qualunque ad autoriferire e a testimoniare le sue ricerche accademiche “first on the history of religions and anthropology and later on contemporary art”. Si ha invece la percezione che i titoli accademici, nella sua biografia, abbiano lo stesso valore di un punto e virgola. Non un punto d’arrivo, ma una pausa, prima di ricominciare il viaggio.

Ora, in Italia c’è una iper-produzione di consigli sui curriculum e su come cercare lavoro, tanto iper da rischiare l’alterazione metabolica del Paese, da parte di esperti, consulenti, università, master, seminari, congressi, fondazioni, convegni, tavole rotonde, dispense, manuali, giornali, radio e tv (con le ovvie eccezioni: per esempio, a noi piace il sito Trampolinodilancio, perché è fatto da due vere professioniste con ruoli importanti nel campo del marketing e della comunicazione, e perché offre, proprio grazie all’esperienza sul campo, e a volte con qualche piacevole digressione narrativa, riflessioni e spunti interessanti). E poi una moltitudine confusa di human resources manager veri o finti, di ricercatori fighetti bocconiani o giù di lì (magari quelli più lungimiranti secondo cui Steve Jobs era uno stoned hippy che purtava i scarp del tennis), sapientoni e professionisti del panico che ti insegnano l’abc del curriculum: cosa scrivere, cosa non scrivere, cosa dire, cosa non dire, come ci si presenta a un colloquio, eccetera. Poi arriva uno, uno che lavora sul serio, e ti smonta tutto questo castello di aria fritta con un sorriso: uno come Oscar Ramos Orozco, industrial designer e Chief Curator di Behance, uno che fa delle cose creative, utili e belle, e che si presenta così: sailor, lover of jamon

In realtà, anche i professionisti del panico e del cv, l’esercito di soldati HR allineati ai monopoli delle multinazionali e delle agenzie per il lavoro, adesso fanno uno sforzo di fantasia cercando di rinnovarsi e cominciando a dire che, sì, forse servono anche altre caratteristiche che mettano in luce la personalità del candidato: dall’hobby del bricolage, alle capacità culinarie, allo yoga. Perciò anche gli addetti alle risorse umane cominciano a parlare di “soft skill”. Ma senza grande convinzione. E, sempre senza grande convinzione, o meglio senza approfondire, ne ha accennato anche il Corriere della Sera quest’estate. Che ha scritto, forse enfatizzando un po’ troppo: “Nelle aziende, i responsabili delle assunzioni danno per scontata l’ottima preparazione dei candidati. Così guardano alle loro esperienze personali: vince chi ha viaggiato zaino in spalla, chi organizza le trasferte di un gruppo di tifosi, chi cucina per gli amici. E perfino chi fa giardinaggio”.

La vita fa curriculum.

Ma quali sarebbero queste famose “soft skill”, quelle che contano veramente? Per esempio, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto di recente che “nel lavoro si creano più opportunità giocando a calcetto che a spedire curriculum”. E, come se non bastasse, sul Corriere della Sera Beppe Severgnini ha aggiunto: in effetti contano le conoscenze e “offrire lavoro a chi si conosce è fisiologico”. Questo cosa vuol dire, che è ininfluente sapersi presentare nel migliore dei modi in un colloquio di lavoro, con un curriculum ben fatto?

In un suo recente libro, Sergio Rizzo, che ormai con Gian Antonio Stella è uno dei più grandi esperti di sfighe e disastri nazionali, parlando di management (ma il discorso va esteso a tutti i piani, e se possibile anche a garage e seminterrati), dice che “abbiamo una caratteristica tipica: i più bravi se ne vanno. Spinti letteralmente fuori da un sistema quasi del tutto allergico al merito e alla concorrenza. Dove la conquista di posti di responsabilità aziendale è spesso il frutto di relazioni sapientemente coltivate piuttosto che di una selezione basata sulle qualità e le esperienze individuali. Nel pubblico come, purtroppo, nel privato. Quelli che al sistema invece si adeguano, diventandone interpreti sopraffini, restano. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti”. Sotto gli occhi di tutti, ed evidentemente anche sotto quelli del nostro attuale ministro del Lavoro.

Per scoprire che in Italia si ha scarso rispetto della meritocrazia, e non solo nei posti di responsabilità aziendale, non c’era bisogno di Miss Marple. Semmai il problema che riguarda i giovani, a parte le questioni di meritocrazia, è molto più angosciante di un buco nero: bassi salari, precarietà, difficoltà a trovare lavoro (e soprattutto a conservarlo). Un’indagine dell’Istituto Toniolo (il Rapporto Giovani 2017 su La condizione giovanile in Italia è pubblicato da il Mulino) su un campione di seimila persone tra i 18 e i 32 anni, ci dice che il 70% di questi giovani resta a casa dei genitori per mancanza di prospettive. E allora, come affrontare le scarse opportunità di occupazione insieme alle inefficienze del mercato del lavoro? Con quale stato d’animo?

Stai a vedere che, alla fine, forse ha ragione il Poletti, nella sua saggezza concreta da perito agrario che la sa lunga e conosce bene i suoi polli nella misura in cui conosce anche i pollai (nel senso dei palazzi): che le frequentazioni servono, eccome se servono. E che è meglio il calcetto, che più social (club) non ce n’è: gli amici che contano, gli osservatori dei grandi club, i reclutatori, soltanto in campo vedono come resisti agli attacchi, come reagisci allo stress, se fai squadra coi compagni, se non simuli un fallo e se lo fai è per il benessere della squadra, se non ti metti in malattia per una banale frattura scomposta (cosa vuoi che sia qualche lineetta di febbre), se giochi 90 minuti su 90 e anzi sei indistruttibile e invochi i tempi supplementari, se hai spirito d’iniziativa e distribuisci mazzette in forma di biglietti sottocosto ai capi ultrà per tenere calma la curva, se sei moderatamente succube e servile da obbedire al capitano e da portare le buste della spesa alla moglie dell’allenatore. Questa sì che è meritocracy.

E allora? E allora, considerato il paesaggio così desolato, così mortificante, ci viene da dire: ognuno si crei un proprio metodo, e usi la fantasia. E se è vero che sebben che siamo creativi paura non abbiamo, tanto vale ispirarci, più che al Poletti e ai molti dispensatori di aria fritta, a chi ci è almeno più vicino (per mestiere) e simpatico: per esempio Oscar Ramos, il designer di Behance e di Adobe che preferisce presentarsi come esperto marinaio o amante del prosciutto iberico: come se contassero più i gusti personali, o le esperienze di vita, di una laurea in Filosofia o di un dottorato in Storia dell’arte. Nell’attesa che arrivi qualcuno, un deus ex machina che migliori la trama della nostra vita, un salvatore dell’umanità possibilmente simpatico, come favoleggiava lo scrittore scozzese John Niven nell’esilarante The Second Coming. Che riporti tutto alla normalità di una vita senza conflitti, fatta interamente da persone brave, sagge, gentili, benevole. Che ci trasporti dalla complessità alla significatività di una sola regola valida e buona per tutti; che tutti, dal capo supremo all’ultimo sottoposto, dovranno rispettare. Predicando, non più un decalogo di divieti, ma il semplice e unico comandamento che conta sul serio, non solo per chi cerca, ma anche per chi offre un lavoro: “Be Nice”.

P.S. Certo, qualcuno dirà: ma se tutti i tentativi di trovare un lavoro adeguato non hanno successo, se anche il migliore curriculum del mondo non dà risultati apprezzabili, allora che cosa ci resta per uscire dall’inferno dei contratti a termine e dei jobs act passati e futuri? Ci sarebbe sempre l’extrema ratio suggerita per chi si trova in difficoltà economiche (con il contorno di arretramento dei diritti e smantellamento dello stato sociale a cui assistiamo anche in Italia) da quell’impareggiabile scozzese sacrilego, irriverente, parolacciaro, sarcastico, impenitente, politicamente scorretto di John Niven, sempre lui, che alla vecchietta di “Le solite sospette” regala un suggerimento radicale: “Non piangere se resti vedova, impara a rapinare le banche”. (Soluzione estrema che, anche se nel libro di Niven ha uno sviluppo divertente, non ci sentiamo di consigliare, ma proprio per niente).


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