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Estero

Oh my God! Tra squali e pesci d’aprile, la Brexit vista da un giovane art director italiano a Londra.

Il 29 marzo Theresa May ha parlato alla Camera dei Comuni, rendendo ufficiale la cosiddetta Brexit. Poi, con la lettera di notifica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, ha avviato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Tutto questo il 29 marzo: bastava aspettare due giorni e sarebbe stato pesce d’aprile.

Non voglio essere irriverente a tutti i costi, però questa storia della Brexit tiene tutti in uno stato di ansia forse esagerato. Addirittura il Corriere della Sera ha dedicato un live in continuo aggiornamento sugli accadimenti della giornata. Una specie di versione spaventevole di Tutto il calcio minuto per minuto, però senza la magia radiofonica di Riccardo Cucchi. E un po’ si capisce, dato che il Corriere spinge molto sulla propaganda: sembra che Milano sia diventata di colpo il posto migliore del mondo e si candidi a sostituire Londra sul piano “dell’avanguardia e dell’innovazione”. Ma non so se sia vero. Forse è un altro pesce d’aprile.

E così, anche a me qualche amico chiede: e adesso che succede? Che ne so, mi viene da rispondere, non sono mica Severgnini. Per quanto mi riguarda, posso dire che sono qui a Londra (diciamo prevalentemente a Londra) da due anni anche perché è la città europea in cui tutto quello che accade di nuovo nel campo delle tecnologie digital, dei nuovi media e dell’informatica arriva prima, e in cui posso apprendere e sperimentare subito. Perché Londra è, insieme a New York e San Francisco, capitale indiscussa del mobile (avviso ai distratti: quando parlo di mobile non mi riferisco all’arredamento). E, Brexit o non Brexit, non credo che le cose possano cambiare di punto in bianco.

Poi, certo, anch’io, come gli altri 600 mila connazionali presenti in UK, mi pongo il problema. Senza ansia da prestazione lavorativa, però. Con calma. Proprio Severgnini, che ho citato prima, dice che gli inglesi sono stoici, resilienti e pragmatici, e che la recriminazione e il piagnisteo non fanno parte della loro cultura nazionale. E così anch’io ci provo: la prendo con filosofia. Sarà che lavoro in un settore creativo e multichannel, sarà che lavoro in una città multietnica, ma Londra mi fa l’effetto che mi faceva da bambino il cubo di Rubik: non trovavo, né cercavo, la soluzione, ma intanto mi divertivo da matti con quella cosa multicolore. (E adesso mi chiedo: è per via del mio scarso interesse per i twist puzzle che a 18 anni non ho passato il test nel celebratissimo – sempre secondo il solito, bombastico Corriere – Politecnico di Milano? Oh que desgracia para grande).

Dicevo, Londra multietnica. E piena di sorprese. Per esempio? Guardate attentamente la foto che ho postato qui sotto. Vedete qualcosa di strano? No? Andiamo per gradi. Cominciando dalle tasse. Avete presente le tasse in Italia? Ecco, a Londra è un’altra storia. Burocrazia ridotta al minimo indispensabile. Il cedolino che vi rilascia un’azienda italiana, se confrontato con quello di un’azienda inglese, sembra un trattato in tre volumi dei fondamenti di ingegneria clinica. Mentre quello inglese è un foglietto di poche righe, chiaro, semplice. Così come è semplice, sicuramente non enigmatico e accusatorio per partito preso come quello italiano, il documento che ti arriva dal fisco inglese. Così semplice che, se lo vede un bambino, dice subito alla mamma: mamma, lo voglio pagare io! e solo perché pensa che alla fine gli diano anche una caramella Rossana come ricompensa.

Ecco. A me è successo che, penso a causa del passaggio da un’azienda a un’altra, ci sia stato un piccolo problema nel calcolo delle tasse che vengono versate direttamente dalle aziende. Poca cosa: una quarantina di pound. Perciò mi è arrivata una letterina dell’ufficio delle tasse che in breve mi spiegava il problema, e quando e come avrei potuto pagare quella differenza. E tra gli otto modi facili per adempiere, ho scelto il pagamento di persona, negli uffici di Hillman Street, dietro l’Hackney Town Hall, il municipio della zona. E così ho approfittato della pausa pranzo per fare una passeggiata a piedi. Poi, arrivato nei pressi degli uffici (in cui avrei trovato nessuna coda e persone disponibili all’ascolto: avete provato all’Agenzia delle entrate ed ex catasto di via Manin a Milano? No? Provate, soprattutto l’ufficio informazioni), mentre mi trovavo in Wilton Way, ho alzato lo sguardo e ho visto questa cosa che vedete anche voi nella foto: una cosa bianca che sventolava, al centro del palazzo, appesa al balcone del primo piano. Era la bandiera sarda dei quattro mori, sos bator moros. E così sono scoppiato a ridere e ho inviato subito la foto a mio padre, senza grandi commenti. Soltanto “guarda babbo, cosa vedi?”.

Una volta ho letto un’intervista al Country manager in Italia del più grande gruppo pubblicitario internazionale, dove suggeriva ai giovani di fare esperienza fuori dall’Italia, “perché l’Italia è un paese tattico, non strategico, non ci sono hub internazionali”. Perché nell’esperienza all’estero “sei obbligato a capire la cornice complessiva degli eventi, perché l’Italia limita la prospettiva”. Che poi è quello che mi ha detto, senza bisogno di molte parole, il mio capo, quando gli ho domandato, provocatoriamente: ma dopo Londra, Manchester, Berlino, New York, San Francisco, Los Angeles, Hong Kong, hai mai pensato di aprire un’agenzia in Italia? E lui si è limitato ad un sorriso ironico (James è più grande di me di qualche anno, ha aperto un’attività in Australia, poi è tornato a Londra e ha aperto un’altra agenzia che di recente ha ceduto ai giapponesi per 48 milioni di dollari continuando comunque ad occuparsi del suo sviluppo, grande personaggio con grandi competenze digital e mobile, molto alla mano e gentile con tutti). Ma adesso, che succederà con il panico da Brexit?

Intanto, mi godo queste piccole sorprese, come il divertimento per una bandiera dei quattro mori che sventola da un palazzo anonimo di Londra, un simbolo di appartenenza, ma anche di condivisione di culture altre. Tante piccole cose che a volte e per magia ti fanno superare i momenti più down, la lontananza, certe differenze di costume, di carattere, di cultura. Subito dopo il referendum inglese, la nostra agenzia ha riunito i dipendenti, tra cui molti stranieri, per tranquillizzare tutti, quasi per scusarsi di quell’esito. Anche perché, nel frattempo, una loquace ministra compagna di cordata della May aveva invitato le aziende a privilegiare i lavoratori inglesi rispetto a quelli stranieri. Il risultato? A parte le pacche sulle spalle, mi sembra di percepire qualche cambiamento, non dico sfavorevole, però chissà: sarà un caso, ma nella mia agenzia, dove c’è un vivace turn over, da un po’ di tempo vedo arrivare, non più stranieri, ma soprattutto giovani inglesi che magari provengono da Oxford, Cambridge o Durham (l’età media nella nostra agenzia è 28 anni). E un’altra conferma mi arriva da una recruiter londinese: le agenzie che operano nel settore pubblicitario, dei media, del digitale, stanno assumendo meno lavoratori a tempo indeterminato, e adesso si rivolgono preferibilmente ai freelance. Certo, pagati molto bene (soprattutto i developer), ma sempre di freelance si tratta. Insomma, sembra un periodo di attesa, o di surplace, come direbbero al Tour de France.

Non vedo comunque scene di isteria, né mono né collettiva. Il mio coinquilino è un ventenne di Madrid, equity analyst per un gigante come IHS Markit. Mi ha detto che non è preoccupato, anche se, certo, chi opera nella finanza ha pronti dei piani B, C, e via con l’alfabeto. JP Morgan sta pensando di acquistare un palazzo a Dublino. Londra resterà quello che è, molti resteranno qui. Mi faceva l’esempio di Citygroup, che solo a Londra ha due palazzi (palazzi, si fa per dire) in Canary Wharf con, mi è sembrato di capire, 10.000 persone. Ovviamente non possono spostarle tutte. C’è chi parla di Bruxelles, Lussemburgo, e la solita Dublino. Preoccupazioni? Forse è meglio che ognuno guardi e faccia i compiti a casa propria; mi ha detto che, altro che Brexit: a Londra, piuttosto, c’è qualche preoccupazione per la nostra Unicredit, tanto per dire.

L’agenzia in cui lavoro si trova a Shoreditch, uno dei quartieri più giovani, hipster e cool di Londra. Era una zona di migranti e malavita, adesso mi sembra che qui circolino più fotografi di street style e fashion blogger che abitanti. Ma, cool o non cool, a volte mi piace rilassarmi con gli amici nei posti più semplici, dove magari ti può capitare di cantare, che so, bella ciao con dei curdi.

Tra i miei amici, alcuni stanno preparando la valigia, ma non a causa della Brexit. Diciamo per delle coincidenze. Anche se il dubbio resta. È comunque gente a cui piace cambiare. Per esempio Alice, marsigliese verace, molto brava nella go-to-market strategy, lascia Londra per Parigi, e poi pensa di andare in Canada. Mentre un altro mio caro amico, Angelo, napoletano, simpatico e bravo web designer e developer, dopo due anni a Londra ritorna in Italia, prima a Milano per la design week perché è appassionato di fotografia e interior design, poi dopo Milano e un po’ di sosta a Napoli pensa di spostarsi a Barcellona. E comunque sia Alice che Angelo possono anche lavorare in remoto, in agilità. Sono cittadini del mondo. E non si sentiranno orfani.

E allora, chi si sentirà orfano? Le istituzioni, forse, i tanti carrozzoni governativi, i politici, le lobbies che navigano a vista e non hanno, in questa incertezza post Brexit, un porto sicuro. Ora giocano tutti a chi è più orfano nel distacco, se è più orfano il Regno Unito o l’Europa continentale. Don’t cry for me Europe. Il Regno Unito se ne va, ma subito gli europei, piccati e risentiti, si consolano dicendo: per uno che se ne va, ne restano 27. Certo, ti restano Lettonia, Estonia e Lituania, Romania e Bulgaria, tra un po’ la Serbia e il Montenegro, e poi il Kosovo e magari pure la Turchia e forse un giorno l’Ukraina. E non vediamo l’ora che arrivi anche l’Albania, giusto perché ci mancava qualche altra telefonata indesiderata dai call center. Altro che quegli ectoplasmi inglesi. Vuoi mettere.

Ma sì, sono periodi di incertezza. Però, in questa incertezza generale, spicca la sicumera un po’ bauscia di Milano. Su Repubblica leggo che, proprio il giorno della Brexit, Milano ha organizzato un’operazione di marketing territoriale presso un gruppo di grandi istituzioni bancarie e investitori nella sede di Bloomberg a Londra. Il messaggio: non pensate alla “bad reputation” che circonda l’Italia, venite a Milano! Perché Milano è convinta che sia pronta a ricevere “una fetta del grande esodo che spopolerà i quartieri della City da qui a due anni”.

Per dire e prevedere che la City “si spopolerà”, bisogna essere più bravi di mago Zurlì. Ma poi uno passa in rassegna la comitiva che è andata da Bloomberg, e forse capisce. C’è Padoan, che dice “in Italia le riforme vanno avanti” e poi promette una flat tax (per gli stranieri, non per gli italiani tartassati). C’è Sala che dice “ho una buona sensazione”. Feeling good insomma. C’è Maroni che dice che “i pagamenti vengono fatti in 20 giorni”. C’è Alfano che dice che “la giustizia civile è veloce”. Praticamente, quasi come la Boschi quando diceva che il sì al referendum del 4 dicembre avrebbe sconfitto l’Isis. E non basta, cari investitori. In Italia la gente lavora persino gratis. Lo si evince (grazie a una segnalazione dalla giornalista Elisabetta Ambrosi) da un recentissimo bando del ministero dell’Interno, dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile: conferimento a titolo gratuito di incarico di prestazione di lavoro autonomo occasionale per lo svolgimento delle attività di comunicazione.

Ecco, è dopo aver incrociato queste notizie, insieme alle infelici uscite del ministro del Lavoro Poletti sui giovani italiani all’estero e sulla scarsa importanza del curriculum, che mi è venuta in mente una cosa, riflettendo sui miei due anni a Londra. Ma anche pensando allo sforzo che facciamo con Crebs, da sei anni, dalla sua fondazione, facendo incontrare Nord e Sud, segnalando delle possibilità concrete ai colleghi più giovani, facendo da filtro e opponendoci alla politica degli stage per sempre, della precarietà, dei compensi improbabili, del disavanzo a sfavore dei lavoratori tra obblighi e diritti, selezionando le offerte secondo noi più corrette. E questa “cosa”, questa riflessione, è la seguente: che se tanti giovani vanno via dall’Italia, è perché in posti come Londra, e non a Milano, trovano finalmente applicato l’art. 36 della Costituzione italiana. Vi sembra paradossale? Neanche tanto, se pensate a quello che dice:

1) Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

2) La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

3) Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Questa foto l’ho scattata a Londra, al Richmond Park, il più esteso parco urbano recintato d’Europa (si può ancora dire “Europa” quando si parla di Gran Bretagna?). È un posto in cui vado sempre volentieri. Soltanto i cancelli, “The Way” Gates, sono già un inno alla bellezza e all’ecologismo, una meravigliosa costruzione in ferro battuto, fortemente simbolica.

P.S. Ripensando alla spedizione meneghina a Londra, riflettevo su Angelino Alfano, il nostro ministro degli Esteri. Avrà fatto lui la presentazione? Mica per altro, ma circola su youtube il suo incontro con la commissaria UE Cecilia Malmström, quando per dire wind dice uaind, subito corretto dall’ilare commissaria.


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